Terrorismo e contrabbando di opere d’arte: 3 Domande a…LUCA NANNIPIERI

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“E’ da poco uscito, per le edizioni Rubbettino, il volume del saggista Luca Nannipieri, intitolato “Arte e terrorismo“.

Abbiamo presentato il volume assieme a Luca presso la Sala del Palazzo del Consiglio dei Dodici in Piazza dei Cavalieri a Pisa.

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Oggi, dopo circa due mesi, il dibattito non può dirsi di certo concluso. Recentemente l’Autore è stato ospite della Rai, ed ha concesso numerose interviste a quotidiani nazionali.

Approfondiamo i contenuti del libro, e delle sue ricerche, attraverso la nostra rubrica di approfondimento “3 domande a..”

1) Il fenomeno della distruzione del patrimonio storico artistico in Africa, Medio Oriente ed Asia Meridionale da parte del terrorismo di matrice islamica – di cui l’Occidente sta forse prendendo coscienza solo recentemente grazie ai brevi passaggi televisivi dei video di propaganda – da quanto tempo si sta diffondendo? E che dimensioni ha oggi?

La distruzione o la metamorfosi dei luoghi, soprattutto quelli in cui si raggruma un senso maggiorato di significati, di memorie, di identità, di esibizione civile, è una costante di tutti i popoli. Se vuoi distruggere il tuo nemico, distruggi anzitutto i suoi simboli. Dunque l’abbattimento e le trasformazioni (dal Partenone di Atene trasformato da tempio pagano in chiesa bizantina, poi in moschea, poi magazzino per la polvere da sparo, a Castel Sant’Angelo a Roma, che è stato un mausoleo, poi avamposto fortilizio, poi tribunale, prigione, residenza papale) sono processi inevitabili di tutti i popoli di cui ad oggi c’è memoria. Preso atto di questo sottofondo comune che tutt’ora perpetriamo (i soldati americani che abbattono le statue di Saddam Hussein; se le avessero lasciate in piedi, le avremmo tutelate tra qualche secolo, come adesso tuteliamo le statue dell’imperatore Adriano o Marco Aurelio), non possiamo sottovalutare questo processo di acutizzazione delle distruzioni del patrimonio culturale da parte di diversificati gruppi islamici in almeno 20-22 paesi del mondo, tra Africa sahariana e mediterranea, il Medio Oriente e l’Asia meridionale. L’iconoclastia, carsica o evidente, c’è sempre stata tra le righe del Corano, della Sunna, degli hadith e di molti altri testi giuridici e teologici di riferimento per i musulmani. Ma l’inasprimento di questo ultimo quindicennio, motivato sicuramente dalla ribalta mediatica globale di attentati come quelli delle Torri Gemelle, non può essere ignorato. Saccheggiare e distruggere una chiesa o una moschea o un tempio induista o buddista o un sito archeologico ha una sua drammaticità se avviene su piccola scala. Se avviene globalmente, il problema non può essere relegato a fisiologia territoriale della distruzione tra popoli. Deve essere affrontato in tutta la sua stratificata complessità. Finora questa complessità ci sfugge, ed è per questo che nella mia lectio “Arte e Terrorismo” ho avanzato proposte culturale, militari, investigative e istituzionali per affrontare e combattere questo processo, che adesso sta raggiungendo gradi di intensità e di frequenza assai inusitati, su scala planetaria.

2) Il tuo libro “Arte e terrorismo”, tenta di far luce su questo drammatico risvolto. Che origine e che scopo ha nell’ottica dei loro esecutori? L’attacco al patrimonio storico e culturale è a tuo avviso “appannaggio” del solo terrorismo di matrice islamica? Quali parallelismi potresti ritracciare nella storia, e in particolare in quella del XX secolo, dentro e fuori l’Occidente?

Siria, Iraq, Libia, Mali, Egitto, Libano, Nigeria, Niger, Cisgiordania, Striscia di Gaza, Yemen, Indonesia, Afghanistan, Pakistan, India, ma anche Tunisia, Algeria, Sudan, Somalia, la regione del Kurdistan, sono i paesi dove avvengono queste distruzioni (con un’articolazione che non c’è qui tempo di decifrare), ma i reperti saccheggiati non finiscono in una discarica. Entrano in un grande circuito di contrabbando di antichità, che conviene a molti altri protagonisti che non sono islamici. Paradossalmente della distruzione e del saccheggio di luoghi monumentali non gioiscono solo gli attentatori ma quanti ci guadagnano dal commercio di reperti che si innesca e che oscilla sui 2 miliardi di dollari, secondo l’Unesco. Come scrivo nel mio prossimo libro sul contrabbando internazionale di opere saccheggiate (in corso di pubblicazione), il terrorismo islamico contro le antichità conviene a molti, spesso a molte degli enti che si prodigano a mandare comunicati stampa di sdegno e di condanna delle distruzioni o delle razzie. Quando li si condanna, dovremmo avere la consapevolezza che molti dei musei d’arte orientale in Europa sono stati costruiti dalle razzie, dai saccheggi, dalle perquisizioni, che i colonizzatori europei hanno fatto in molti paesi dell’Africa e dell’Asia negli ultimi secoli.

3) Terminiamo con una domanda apparentemente “polemica”, che ci auguriamo accetterai vista la natura di pamphlet del tuo saggio. Hai scelto come titolo “Arte e terrorismo – sulla distruzione islamica del patrimonio storico artistico”. Scegliere come sottotitolo parole come “distruzione islamica” non presta il fianco ad una inevitabile semplificazione del delicato e complesso rapporto tra il terrorismo e il variegato mondo dell’Islam?

Chi sta distruggendo il patrimonio culturale di questi 20-22 Stati? Gli asceti, i cristiani, gli ebrei, gli atei, i buddisti? No, i distruttori hanno una caratteristica comune: pregano Allah. Dunque come si fa a disconoscere la realtà, come essa appare così incontrovertibilmente chiara? Coloro che in questo stesso istante stanno incendiando una chiesa in Niger o Nigeria, stanno razziando un deposito museale in Egitto, stanno avviluppando tra le fiamme i templi induisti, stanno prendendo a picconate le figure di molti siti archeologici tra Siria e Iraq, non sono genericamente degli integralisti o fanatici, ma degli integralisti che rispondono alla grido “Allah akbar”. Nessuno scontro di civiltà tra noi e l’oltre un miliardo di musulmano che vivono nel pianeta, nessun bisogno di rivendicare la superiorità di questa o quella civiltà. Ma certamente comprendere significa anzitutto guardare con spietato e rigoroso realismo, e guardare con realismo significa anzitutto discernere e giudicare, con le parole della nuda evidenza, non del politicamente corretto. L’evidenza è questa: non possiamo tacere, né minimizzare, che nei 20-22 paesi del mondo in cui avvengono queste distruzioni, i saccheggiatori e i protagonisti leggono il Corano e abbattono i luoghi e le immagini che reputano offensivi verso Maometto. Disconoscere questo è disconoscere il principio basilare della nuda evidenza. E non lo possiamo fare, se vogliamo combattere, con il massimo del rispetto e della fermezza, coloro che vogliono abbattere la Sfinge e le Piramidi o il Colosseo, così come hanno abbattuto i grandi Buddha di Bamiyan in Afghanistan o i templi di Timbuctù in Mali.

 Ringraziamo Luca Nannipieri e la sua consueta chiarezza e disponibilità.

N.d.r. Nessun politically correct nelle nostre domande. Continuiamo a pensare che parlare di “distruzione islamica” sia ultimamente fuorviante.  Da qui, proporremmo una variazione immaginaria al tuo sottotitolo: “sulla distruzione islamista del patrimonio artistico”. C’e’ un  Islam, ci sono tanti Islam, e tanti islamismi, di cui i terroristi ne sono oggi un delle configurazioni più estreme e pericolose. E proprio il volume “Arte e terrorismo” ci aiuta a non cadere in simili semplificazioni.

Grazie ancora, Luca.

Buona lettura a tutti del libro di Nannipieri, a cui aggiungiamo ulteriori volumi di approfondimento generale.

 

 

 

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