Crisi greca: 3 domande al Dott. LORENZO CORSINI

Per la nostra rubrica “3 domande a”, abbiamo chiesto al Dott. Lorenzo Corsini, ricercatore presso il Dipartimento di Economia e Management dell’Università di Pisa, cosa ne pensa della crisi in Grecia.

 

Cerchiamo di inquadrare brevemente il problema. Come è stato possibile giungere ad una sostanziale situazione di tracollo dei conti dello stato greco?

 

Fin dall’entrata nell’area Euro, avvenuta nel 2002, i conti pubblici della Grecia sono stati problematici. A tutti gli effetti, tali conti erano stati ritoccati con artifici contabili per sembrare migliori di quanto non fossero effettivamente. La debolezza del bilancio pubblico è perdurata per tutti questi anni, rafforzata anche da un sistema pensionistico molto generoso, da spese militari che non hanno pari in Europa e da un sistema pubblico inefficiente e con casi di corruzione ed evasione fiscale frequenti. Insomma la Grecia stava spendendo molto più di quanto poteva permettersi, generando deficit pubblici ampi.

In genere, l’esistenza di un deficit pubblico non è di per se dannoso, anzi, molti economisti sostengono che possa essere un utile strumento di politica economica. Tuttavia, nel caso greco, è stato usato in maniera eccessiva ed ha finito per rendere insostenibile il debito. Inoltre, man mano che la situazione debitoria peggiorava, diventava sempre più costoso indebitarsi: poiché la situazione greca sembrava rischiosa, i creditori chiedevano tassi di interesse sempre maggiori per rifinanziare il debito e questo acerbava il problema generando una spirale perversa.

La situazione è poi degenerata a partire dal 2009, quando la crisi finanziaria globale ha investito anche i paesi europei: in una situazione già critica, l’economia e il bilancio pubblico greco sono peggiorati ulteriormente e il debito è risultato a tutti gli effetti insostenibile. A quel punto è risultata evidente l’insolvenza greca e, di concerto con le autorità Europee, nel 2010 e nel 2012 sono stati varati dei pacchetti di intervento che prevedevano: i) un taglio del debito (ovvero la non restituzione di una parte di esso), ii) nuovi aiuti finanziari da parte dell’Unione Europea e iii) misure di “austerity” con forti tagli della spesa pubblica e aumento delle tasse. Questi interventi hanno trasferito il possesso della grande maggioranza del debito greco da banche e istituti privati ai governi e alle istituzioni europee (mettendo quindi in salvo, a torto o ragione, il settore bancario privato europeo dalla crisi greca). In questo processo di trasferimento le autorità e i governi europei hanno concesso prestiti alla Grecia a condizioni particolarmente favorevoli e le hanno quindi permesso di abbattere i tassi di interessi che pagava sul suo debito pubblico. Effettivamente queste misure hanno temporaneamente salvato la Grecia ed hanno in effetti generato un avanzo primario (ovvero la differenza fra entrate e uscite dello stato al netto degli interessi sul debito) positivo ma hanno anche inevitabilmente indebolito l’economia reale: conseguentemente il problema della sostenibilità del debito si è ripresentato ancora più urgente oggi.

 

Che giudizio sente di dare dell’accordo ratificato alcuni giorni fa tra il governo Tsipras e l’Unione Europea? Alcuni importanti economisti – Stiglitz e Krugmann su tutti – sostengono che ci sia una sostanziale impossibilità da parte della Grecia di rispettare gli impegni appena assunti; Lei nutre gli stessi dubbi?

 

Su questo è difficile dare una risposta oggettiva: i fautori dell’austerity e quelli che auspicano una linea meno intransigente tendono ad offrire giudizi diversi. L’accordo è verosimilmente il risultato di una mediazione che scontenta un po’ entrambe le parti. Da un lato l’accordo ha ottenuto dei discreti risultati dando tempo (e nuovi prestiti) alla Grecia e richiedendo alcune riforme necessarie seppur dolorose (penso soprattutto al sistema pensionistico) dall’altro però rischia di non essere risolutivo in termini della solvibilità effettiva del debito greco.

Alcuni aspetti però, almeno dal mio punto di vista, sono particolarmente criticabili: intanto l’accordo prevede un ulteriore aumento dell’Iva che, tutto sommato, rischia di far contrarre ancor di più la domanda interna, danneggiare il turismo ed arrecare danni a fasce della popolazione greca che già ora sono provate dalla recessione. Inoltre, se delle concessioni andavano fatte alla Grecia, credo che queste dovessero andare nella direzione di un taglio degli interessi sul debito da parte dei creditori europei: visto l’attuale avanzo primario positivo greco, un taglio degli interessi avrebbe facilitato la solvibilità e i creditori, seppur rinunciando a tutti o a uno parte degli interessi, avrebbero avuto indietro il capitale prestato. Insomma questo avrebbe facilitato, nel tempo, la riduzione e la restituzione del debito.

Infine, non è chiaro cosa ne è stato dei propositi di taglio delle spese militari: tale taglio era stato richiesto espressamente dalle autorità europea nella proposta che era stata poi bocciata dal referendum greco. Nell’accordo successivo, invece, questo punto non sembra essere contemplato in maniera esplicita: se effettivamente la spesa pubblica greca deve ridursi, questo è un settore che difficilmente può essere risparmiato dai tagli.

 

L’Italia sembra aver giocato un ruolo abbastanza defilato in tutta la vicenda; che lettura ne dà dell’apporto dato dal nostro paese? E’ L’italia che ha voluto mantenere un simile profilo o è la Troika che ha preferito tenerci fuori dal tavolo delle “decisioni”?

 

L’Italia non ha tenuto un atteggiamento vistoso in questa vicenda ma, per la verità,  il suo ruolo è stato piuttosto rilevante. Nelle fasi successive al referendum greco vi erano diverse nazioni europee che premevano per una soluzione intransigente e per l’eventuale uscita della Grecia dall’euro mentre erano pochissime quelle che cercavano una soluzione più accomodante per la nazione ellenica. Fra quest’ultime vi era praticamente solo la Francia e, se alla fine è stato raggiunto un accordo, è stato proprio perché anche l’Italia si è schierata insieme ad essa per raggiungere una soluzione di compromesso. Se il governo italiano non avesse appoggiato questa linea, verosimilmente il risultato finale sarebbe stato diametralmente opposto.

Rimane il fatto che, di questa azione, il governo italiano ha quasi fatto silenzio, forse per non voler apparire come oppositrice della linea tedesca (la cui intransigenza, per altro, è meno chiara di quel che sembra) e nord-europea.

 

Ringraziamo il Dott. Lorenzo Corsini per la sua disponibilità.

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