Europa, migranti, solidarietà: quali diritti e doveri per tutti? Intervista al Prof. MARCELLO DI FILIPPO

Stiamo assistendo a drammatici ed epocali movimenti migratori che stanno scuotendo e interrogando il “Vecchio Continente”. Il Prof. Marcello Di Filippo, docente di Diritto internazionale presso il Dip.to di Scienze Politiche a Pisa, ed esperto in diritto dell’immigrazione, ha gentilmente accolto il nostro invito e ci aiuterà a capire di più cosa sta succedendo, in termini di situazione presente e prospettive future.

Capire, è il primo passo per poter aprire una discussione seria e ponderata in merito a fatti così decisivi, nella speranza che i legislatori si adoperino al meglio – e con una maggiore unità di visione e intenti di quella sinora dimostrata – per il bene comune.

1) Professore, partiamo da un aspetto “tecnico” ma per niente secondario: ogni stato europeo è necessariamente dotato di un proprio diritto in materia di immigrazione. In Italia, se non andiamo errati, vige ancora la cosiddetta “Bossi-Fini” che modificò profondamente la legge Turco-Napolitano del 1998. Quali i limiti, quali i pregi, in materia di diritto dell’immigrazione nel nostro Paese? In un clima mutato ed esasperato come quello odierno, che suggerimenti si sentirebbe di proporre al legislatore in un’ottica di revisione della legge, se necessaria?

La legislazione italiana ha subito numerose modifiche nel corso degli ultimi anni. Alcune si sono rese necessarie per adeguare il nostro ordinamento ad atti dell’Unione europea (in particolar modo, direttive o sentenze della Corte di giustizia), altre sono state inserite in provvedimenti di varia natura, solitamente ispirati a preoccupazioni di natura securitaria (c.d. pacchetti sicurezza, o altre misure di carattere “emergenziale”). Nel complesso, pertanto, vi sono parti non modificabili (se non per lievi aspetti), mentre altri contenuti potrebbero essere oggetto di una generale riflessione. Il decreto flussi, per esempio, inteso come strumento di programmazione degli ingressi, si è rivelato una vera e propria finzione, come peraltro testimoniato da svariate misure di regolarizzazione o sanatoria che ogni governo (inclusi quelli di centro-destra) hanno adottato negli ultimi anni. L’ampio uso della sanzione penale (si pensi al c.d. reato di immigrazione clandestina, o all’aggravante della commissione di un reato in condizione di soggiorno irregolare) ha creato più problemi di quelli che sono stati posti alla base di tale approccio. I migranti altamente qualificati evitano poi l’Italia, mentre tanti giovani talentuosi abbandonano ogni anno il nostro paese per cercare fortuna all’estero. Il sistema di accoglienza per i richiedenti asilo, inoltre, è stato per lungo tempo carente e affidato a soluzioni estemporanee, da protezione civile per intendersi: solo di recente, stiamo assistendo a un deciso potenziamento del sistema SPRAR, pur se le ombre non mancano. Infine, non è più rinviabile una riforma della normativa sulla cittadinanza, da due punti di vista: un approccio più aperto verso lo ius soli e la naturalizzazione degli stranieri regolarmente residenti in Italia; un ripensamento sull’opportunità di mantenere un meccanismo automatico di attribuzione della cittadinanza per ius sanguinis quale quello attuale, nel cui ambito non rivestono alcun rilievo l’antichità del legame originario con l’Italia dell’ascendente e la sussistenza di qualche legame effettivo con l’Italia (per esempio, la conoscenza della lingua).

2) l’Europa dei padri fondatori è nata intorno a poche, grandi, parole: pace, persona, lavoro, accoglienza, libertà. È questa dunque una grande, seppur drammatica, occasione per l’Europa per “mettersi alla prova e in discussione”, e riscoprire le sue origini. Dopo alcuni mesi di impasse e dialoghi serrati, dal settembre 2015 in avanti sono state approvate dall’Unione Europea delle misure non sempre accolte favorevolmente dagli Stati membri. Ci può aiutare a fare un punto circa le decisioni prese, e gli impegni presi dal nostro Governo?

Il cantiere europeo ha prodotto un’ampia gamma di decisioni e iniziative, che è difficile sintetizzare in poche parole. Per avere un’idea della complessità del tema, basterebbe dare un’occhiata alla pertinente pagina web della Commissione europea, ove sono elencati atti, rapporti, comunicati stampa ecc.
Un aspetto particolarmente controverso è quella della redistribuzione sul territorio europeo dei richiedenti asilo giunti in Italia e in Grecia a partire dal 2015 (c.d. relocation). Da un lato, essa segna un punto di svolta nel modo in cui l’UE e gli Stati membri diversi da quelli di prima linea guardano alla gestione dei disperati che sbarcano sulle nostre coste, e “sdogana” il concetto di quote commisurate alle effettive capacità di accoglienza di ciascuno Stato. Dall’altro, essa è stata tradotta in disposizioni giuridiche spesso poco convincenti e in una prima prassi applicativa che definire sconfortante suona eufemistico (come ho cercato di dimostrare in un articolo per la rivista “Diritto, immigrazione e cittadinanza”, in corso di stampa). Poche persone, rispetto a quelle previste, sono state trasferite verso altri paesi europei, mentre le strutture di primo smistamento degli individui giunti alla frontiera italiana o greca (i c.d. hotspots) sono state approntate con molta fatica e sollevano numerosi interrogativi circa la correttezza e la trasparenza delle procedure. È auspicabile che si tratti di difficoltà o distorsioni dovute alla novità del piano di relocation, che possano essere superate grazie a una progressiva messa a regime.
Senza dubbio, il clima politico che si registra in questi ultimi mesi intorno alle questioni migratorie non lascia ben sperare. Sembra che molti leader politici nazionali abbiano perso di vista il valore aggiunto che avrebbe un’azione europea forte e concertata, presi come sono dal dichiarare il proprio attaccamento a una concezione salvifica di sovranità nazionale: purtroppo, il sonno della ragione genera mostri, e quello che accade in molti punti di frontiera della c.d. rotta balcanica ce lo ricorda in maniera drammatica. La sovranità nazionale è una pura finzione ove posta in relazione con i fenomeni globali o continentali: l’Unione europea è l’unica chance che i tanti Stati e staterelli europei hanno di recuperare capacità di incidere sui processi internazionali, piuttosto che esserne vittime. Questo non implica dire che l’UE ha gestito al meglio i complessi dossier in tema di migrazione e asilo, o di stabilizzazione dei paesi del vicinato mediterraneo: difetti ed errori ve ne sono stati, e ancora ve ne saranno in futuro. Ma la domanda da porre è questa: i singoli Stati europei sarebbero capaci di fare meglio da soli, in una sorta di tenzone fratricida? Piuttosto che sparare a zero sull’UE (come purtroppo fanno tanti politici e opinionisti, anche in Italia), sarebbe più costruttivo portare sui tavoli di Bruxelles idee ambiziose e al tempo stesso pragmatiche, come per esempio suggerito in alcuni recenti documenti sul radicale ripensamento del sistema Dublino e su una più complessiva riforma dell’UE medesima.

3) Gli attentati dello scorso 13 Novembre a Parigi, ed il clima di diffuso timore ed incertezza che sta attanagliando l’intera Europa, hanno riacceso il dibattito circa i flussi migratori e gli arrivi di popolazioni provenienti dal Medio Oriente e dai paesi del continente africano. Timori che possono essere compresi, ed in parte condivisi: il rischio di infiltrazioni terroristiche abilmente nascoste tra la povera gente che cerca letteralmente “salvezza” nel nostro continente non può essere sottovalutato. Del resto non è ammissibile venir meno ai nostri doveri di ospitalità: occorre dunque uno sforzo ed una oculatezza ancora maggiore. Quali le nuove responsabilità e i nuovi scenari che il legislatore europeo dovrà affrontare, in un panorama così drammaticamente mutato? E come, allo stesso tempo, salvaguardare i diritti dei migranti, da applicare e riconoscere senza alcuna condizione o preclusione?

La commistione impropria tra straniero e nemico è vecchia quanto il mondo. Essa tende a riaffiorare in periodi di difficoltà o di emergenza (vera o presunta), in cui la collettività si sente minacciata, e le elites di governo intendono inviare segnali rassicuranti all’opinione pubblica. La questione può essere affrontata da molteplici punti di vista, ma in questa sede mi voglio limitare ad alcuni aspetti. I rischi di infiltrazione non devono essere enfatizzati. Del resto, dove erano nati e cresciuti gli attentatori dell’11 settembre, di Madrid 2004, di Londra 2005, di Oslo 2011, di Parigi 2015? Quali nazionalità avevano? Se cominciamo a far pagare ingiustamente a milioni di persone le colpe di pochissimi, cosa ci dobbiamo attendere in futuro? Quanti nuovi estremisti creeremo? Quanti argomenti daremo a chi vuole manipolare il discontento e la disperazione di questa massa di persone in movimento o emarginate? Quanto faciliteremo un certo tipo di estremismo e fanatismo, vero brodo di cultura del terrorismo?
Le moderne tecnologie consentono di elevare il livello di controllo e di efficacia delle indagini senza privare di tutele la generalità dei migranti e dei richiedenti asilo, ai quali dobbiamo garantire diritti e dignità, e senza etichettare intere comunità religiose o etniche: diversamente, spalancheremmo le porte della barbarie e daremmo modo ai demoni del nostro passato di tornare a divorarci. Non c’è in gioco solo il futuro di queste persone che bussano alle nostre porte, o che vivono nelle tante periferie delle nostre società distratte: è la nostra stessa natura di democrazie liberali, di paesi civili, ad essere in discussione. Le autentiche democrazie non esitano a lottare contro i propri nemici, ma il modo in cui lo si fa marca la differenza. Ed erigere muri non aumenta la nostra sicurezza: al contrario, ci rende più soli, e aumenta la possibilità che i nostri nemici (quelli veri) reclutino nuovi adepti.

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